Golfo Aranci
«Pace a voi che non trionfaste sull’ira del mare, sul furore delle tempeste, che nel grembo delle vele di fortuna e di speranza non poteste imprigionare i venti onde tragittare sugli abissi, che di terrore in terrore vedeste le chiglie dei vostri barchi abissarsi verso l’Erebo e chiudersi su voi il pelago per l’eternità.»
*Lorenzo Viani*

Era il 9 gennaio del 1896, quando una nave a vela di circa 16-20 metri, la tartana Fenice, partì da Viareggio con un grande carico di legname diretta a Carloforte e naufragò per via di una brutale tempesta sugli scogli di Punta del Mortale, vicino a Golfo Aranci.
Di tutti gli uomini imbarcati, se ne salvò solo uno, il suo capitano Francesco Vassalle che riuscì a raggiungere la riva, mentre degli altri, il mare restituì soltanto 4 corpi, tra cui un bambino di soli 11 anni, che furono ritrovati senza vita arenati sugli scogli delle vicine calette da alcuni abitanti di Golfo Aranci che diedero loro una dignitosa sepoltura. Di quella notte, resta solo il racconto del suo capitano, il ricordo di un mare in tempesta che diede morte, distruzione e silenzio. Pochi ma significativi ricordi, che si alternano tra il freddo e la neve gelida, nei quali Vassallo passò una lunga notte rannicchiato sotto alcuni cespugli per ripararsi dalla furia del tempo. Un’amara consapevolezza prese vita in lui, la mattina successiva del 10 gennaio, quando guardando il mare, si accorse tristemente che del suo bastimento e dei suoi uomini non vi era più alcuna traccia, diventando così l’unico superstite della tragedia. Dopo la triste scoperta, ferito e infreddolito si arrampicò verso la vicina ferrovia e venne salvato da alcune persone della cantoniera, che gli prestarono le prime cure.
Cala Fenice: ad oggi resta solo un luogo di pace e silenzi, tra api e profumo di ginestre. Le croci delle loro tombe, spuntano delicatamente dalla macchia mediterranea, abbracciate da semplici pietre granitiche che guardano il mare, è passato più di un secolo da quella tragedia, ma ora questi marinai riposano cullati dal silenzio incontaminato della natura nella pace eterna.
Nel dramma di questo passato dimenticato, si snoda un piccolo paradiso, che ho avuto modo di conoscere evivere fin da bambina, quando a quel tempo si approdava solo dal mare sopra piccole e candide spiaggette. La chiamavo “cala del morto” e in me resta tutt’ora un ricordo vivido, di quando sotto il sole cocente dell’estate, a piedi nudi intraprendevo quel sentierino tra le sterpaglie e restavo ore davanti quelle tombe a leggere i loro nomi sulle croci, incuriosita da una storia che allora potevo solo immaginare. Facevo susseguire sempre un piccolo rito, nelle mie visite a loro, raccoglievo dei fiori in riva al mare che sistemavo in piccoli mazzetti per ognuno, lasciandoglieli lì, come piccoli doni di presenza, un modo spontaneo per non dimenticarli.
VIAGGIO PARALLELO